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IL BULLISMO (3).

09/01/07

L’art. 27 della Costituzione Repubblicana recita: “[…] Le pene … devono tendere alla rieducazione del condannato. […].”

L’art. 9 del Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448 (Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni) recita: “1. Il pubblico ministero e il giudice acquisiscono elementi circa le condizioni e le risorse personali, familiari, sociali e ambientali del minorenne al fine di accertarne l'imputabilità e il grado di responsabilità, valutare la rilevanza sociale del fatto nonché disporre le adeguate misure penali e adottare gli eventuali provvedimenti civili.  2. Agli stessi fini il pubblico ministero e il giudice possono sempre assumere informazioni da persone che abbiano avuto rapporti con il minorenne e sentire il parere di esperti, anche senza alcuna formalità.”

I sistemi giuridici avanzati adottano il cd. “sistema progressivo” dell’esecuzione della pena, il quale implica una graduale attenuazione delle limitazioni imposte via via che il miglioramento del condannato si manifesta; tale mezzo rieducativo è ancor più accentuato nei riguardi dei minorenni, tanto che - nei paesi civili - il trattamento dei minori è prevalentemente pedagogico e diretto, in modo inequivocabile a promuoverne l’educazione per farne divenire dei buoni cittadini.

In anni di professione, non ho mai conosciuto “bambini cattivi”.

Ho conosciuto tanti bambini ed ancor più tantissimi adolescenti molto confusi, spesso - se non sempre - per responsabilità non proprie.

Quello che più mi preoccupa è la eccessiva tolleranza dei comportamenti border line - al limite del reato - che la cd. “società civile” è disposta ad accettare.

C'è stato un tempo, pochi decenni fa, quando anche lo stupro veniva quasi ignorato e non gli era consentito di essere considerato come è oggi: un reato tra i più orribili. C'è stata poi negli anni un'incredibile evoluzione giuridica, nonché di chiara e precisa presa di coscienza sociale. Con il bullismo così non deve essere; soprattutto nei confronti di quei comportamenti che - palesemente - sono qualificabili dalla legge come reato.

E’ vero: la prima mossa - e sicuramente la più difficile - spetta alle famiglie delle vittime: chi come me opera quotidianamente nel capo del diritto vivente sa quanto sia difficile iniziare o proseguire in una causa che può durare anche due, tre o quattro anni, che logora, che non fa dormire la notte, che lascia per lungo tempo la paura di deludere il proprio figlio.

Il bullismo vive nel nostro Paese - ma non solo - un grave e pericoloso vuoto legislativo: con il termine “bullismo” si dice tutto e, allo stesso tempo, assolutamente niente. 

E se è vero che la legge tutela i cittadini dalle aggressioni, dalle violenze, ecc. è anche vero che l’insieme delle violenze - fisiche e morali - subite dalla vittima del “bullo” è più devastante della somma di tutti gli elementi, presi singolarmente, che possono essere denunciati.

Qualcuno - tempo fa - ha detto: “In fondo … cosa saranno mai delle prese in giro di un'oretta ? Quanto male potrà mai fare una “sberletta” sulla testa ? Quanta dignità potrà mai togliere un insulto ?

Provate a moltiplicare tutto questo per ogni ora del giorno e sommate tra loro i prodotti ottenuti.

Credo che se ci fosse un'azione in giudizio ai danni del bullo e dei suoi gregari sarebbe molto più semplice ed efficace.

 

Un ringraziamento particolare alla Dott.ssa Tarsi per aver partecipato alla discussione nella sua rubrica.  

Avv. Nicolò Marcello


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