18/06/09
Fano (Pesaro Urbino)- “Siamo a pochi giorni dal voto, e -sottolinea Gabriele Darpetti della lista civica Bene comune- c’è uno strano silenzio, in merito al referendum sulla legge elettorale che si terrà domenica 21 e lunedì 22 giugno.
Sarebbe una occasione molto importante per discutere di democrazia, ma sembra proprio che nessuno lo voglia.
Eppure l’esito del referendum potrebbe avere come seria conseguenza la messa in discussione del sistema democratico così come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi.
Infatti, sia che vincano i no, legittimando il Parlamento a non modificare questa legge elettorale, sia che vincano i si, portandoci ad un bipartitismo forzato per la storia e la cultura politica italiana, i principi democratici verrebbero irrimediabilmente vilipesi.
Non rimane che incitare le persone a non andare a votare, facendo in modo che non si raggiunga il quorum necessario ed annullando di fatto la consultazione referendaria.
Riguardo ai primi due quesiti, ossia quelli che vorrebbero assegnare il premio di maggioranza al partito che prende più voti, oltre alla palese antidemocraticità, il fatto che ad essi siano favorevoli Berlusconi (e il Pdl) ed il Pd, vorrà pur dire qualcosa.
Succederebbe, infatti, che un partito con poco più del 30% dei voti (o anche meno) avrebbe la maggioranza assoluta e governerebbe grazie ad un numero di parlamentari che per buona parte nessuno ha eletto, una situazione che si presta ad ogni sorta di degenerazione, consegnando l’Italia definitivamente in mano a due ristrette oligarchie, e sulla cui validità costituzionale sarebbe lecito nutrire seri dubbi.
Oltre tutto, non c’è alcuna garanzia che la riduzione nominalistica del numero dei partiti corrisponda ad una riduzione effettiva del numero delle fazioni e quindi di quelli che decidono.
Al contrario, la possibilità di condurre le trattative fondamentali prima delle elezioni, cioè al momento di scegliere le candidature, e del tutto al riparo dell’opinione pubblica, darebbe uno spazio enorme ai ricatti ed al peso delle varie lobbies, e porterebbe più facilmente alla pura e semplice corruzione.
Solo tornando al sistema proporzionale, si darebbe la possibilità ai cittadini di scegliere tra opzioni politiche diverse e chiaramente riconoscibili, costringendo poi le persone democraticamente elette (sperando che possa in futuro essere reintrodotta anche la preferenza per i Parlamentari), a trovare l’accordo necessario, tramite la corretta arte mediatoria della politica, per raggiungere il bene comune di posizioni politiche e culturali diverse, espressione della pluralità dei cittadini.
Per questo motivo anche la vittoria del no sarebbe insufficiente, perché congelerebbe la situazione attuale, comunque deleteria.
Questo referendum, inoltre contraddice lo spirito stesso del principio referendario che vede la possibilità di chiamare i cittadini ad abrogare un “principio legislativo” che non trova concorde la maggioranza del popolo, per sensibilità, per cultura, per riconoscimento politico, e non può essere utilizzato per delle “semplici manipolazioni genetiche” ad una legge che rimarrebbe nei suoi principi di fondo intatta, ancorchè sicuramente non condivisa dalla maggioranza dei cittadini.
E non inganni nessuno il terzo quesito, che è un quesito “civetta”, destinato cioè ad attirare le persone al voto, confondendole altresì sulla bontà del referendum.
La scelta più coerente, se si vuol salvaguardare la democrazia, non rimane che non andare a votare, una scelta perfettamente legittima e prevista nelle modalità stesse del referendum, che necessita appunto del raggiungimento di un quorum, affinchè la consultazione referendaria abbia valore.
Immagino -conclude Darpetti- che chiedere di non andare a votare possa sembrare poco etico, per un sostenitore della democrazia partecipativa, ma rimane purtroppo l’unica strada praticabile, in quanto il comitato promotore del referendum ci ha infilato in un “vicolo cieco” da cui non è possibile uscire in nessun altro modo”.
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