Fano ha celebrato 75 anni dalla liberazione dell’Italia dal nazifascismo

25 Aprile 2020 // di // Comments

Fano (PU) – Questa mattina nella residenza municipale attraverso una cerimonia a porte chiuse il comune di Fano ha festeggiato i 75 anni dalla liberazione dal nazifascismo, ecco i discorsi del sindaco Massimo Seri, dell’Assessore Samuele Mascarin e del vescovo Monsignor Armando Trasarti, il quale non ha partecipato ma ha fatto giungere il suo pensiero.

Discorso del Sindaco

Quest’anno stiamo vivendo un 25 aprile diverso, come non lo avevamo forse mai vissuto prima. Se l’emergenza Covid ci allontana dal punto di vista fisico, mente e cuore si avvicinano in una unione di intenti e di valori che mai come oggi vede l’Italia così unita e solidale. Per questo, seppur in sobrietà e con tutte le precauzioni, vogliamo comunque celebrare questa data storica, come amministrazione ma soprattutto come Città, unita e responsabile. Città, quella di Fano, che 75 anni fa non si piegò alla dittatura, ai soprusi, alla violenza, ma che seppe lottare con tenacia per difendere i propri diritti -in primis quello della libertà- e che oggi si trova di nuovo a dover combattere su un altro fronte, in una trincea “invisibile” ma altrettanto violenta e impietosa.

All’epoca Fano ebbe i suoi ‘eroi partigiani’, che in nome di preziosi ideali dedicarono la loro vita pur di difenderci e permetterci di essere qui, oggi, persone libere di pensare e agire. Ora i nostri eroi sono tutti coloro che, nonostante l’emergenza sanitaria mondiale che stiamo vivendo, non si sono mai tirati indietro verso il proprio lavoro, anche quando questo diventava pericoloso per la propria salute.

O come tutti quei volontari che, anche adesso, si sono messi a disposizione del prossimo con profondo senso di abnegazione. Questo 25 aprile lo vorrei dedicare a loro ed invitare tutti i cittadini a ricordare gli eroi del passato così come quelli del presente. Ecco, in ogni epoca la storia presenta alle persone le sue difficoltà, le sue piccole e grandi guerre da combattere. Sono consapevole che il momento è per noi tutti di estrema sofferenza e fatica, sotto ogni aspetto umano – fisico, economico, sociale- ma non possiamo e non dobbiamo arrenderci! Anche noi siamo chiamati a combattere e dobbiamo farlo ripensando a coloro che quasi un secolo fa sono morti per difendere gli stessi valori che ancora oggi consideriamo imprescindibili e che ci rendono donne e uomini liberi e migliori.

L’invito che voglio infine farvi oggi è quello di non sprecare la libertà conquistata con il sacrificio delle giovani generazioni che ci hanno preceduto, ma di difenderla e farla fiorire ancora e di nuovo per tutte le generazioni che verranno.

Discorso del vescovo

Un appuntamento al quale è convocato tutto il popolo italiano, non per una sterile e retorica commemorazione, ma per rinfrescare quella coscienza che nell’ormai lontana primavera del 1945 ricompaginò in unità l’identità della nazione, dilaniata dalle tragiche vicende della guerra scatenata dalle ideologie totalitarie e neopagane del nazifascismo, con la drammatica e crudele appendice della “guerra civile”, la Resistenza.

“Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…Avevano promesso il regno della giustizia e della moralità; e le parzialità e le ladrerie continuavano come prima: i potenti e i prepotenti d’un tempo erano tuttavia al loro posto”.

Lo lessi anni fa e mi è rimasto impresso come un romanzo imponente, uno di quelli che i critici sono soliti definire come l’affresco di un’epoca. Sono I Vicerè, il capolavoro che lo scrittore napoletano Federico de Roberto pubblicò nel 1894: al fervore dei moti libertari si oppone l’inestricabile ramificazione delle radici profonde degli interessi, sconsolata considerazione sull’incessante perdurare delle ingiustizie, sopito il fuoco della rivoluzione. Il pessimismo è forse eccessivo, ma ha un fondo di verità amara. Passano la prima, la seconda e la terza repubblica, come si è soliti dire, ma il regno delle parzialità, degli odi, delle ladrerie conserva il suo potere. Vorrei contrapporre il linguaggio di un impegno deciso e decisivo per “risvegliare” le coscienze, educare al senso civico, formare persone che abbiano il coraggio di assumere la responsabilità di essere onesti cittadini, allo scopo di promuovere la missione della politica e costruire modelli sani di imprenditorialità.

Carissimi, coraggio! Impegniamoci ad abbandonare il desiderio di dominare gli altri e impariamo a guardarci a vicenda come persone, come figli di Dio, come fratelli, che testimoniano quella cultura dell’incontro così da non ignorare i deboli, scartare i più fragili e gli ultimi, idolatrare il denaro e il potere.

Non lasciamoci rubare la speranza: solo insieme, favorendo alleanze con tutti coloro che amano le buone pratiche e i comportamenti virtuosi, sarà possibile svestirsi dell’abito vecchio per indossare la veste nuova di una società che guarda al futuro”