Fano (PU) – «La Basilica di Vitruvio rappresenta un’occasione unica per ripensare il modo di operare nel cuore del centro storico. In un contesto in cui la vita contemporanea si intreccia con secoli di storia, ogni intervento dovrebbe avvenire con la consapevolezza di entrare “in punta di piedi nella casa altrui”. L’archeologia, soprattutto nei contesti urbani vivi, non può considerare il presente come un ostacolo da rimuovere, ma come un interlocutore necessario. L’idea di “abbattere ora per ripiantare dopo” riflette una logica pericolosa: la stessa che, nel corso della storia, ha giustificato usurpazioni e cancellazioni. La città non è un terreno neutro, ma un organismo complesso, fatto di persone, architetture, alberi e relazioni».
Il Comitato evidenzia inoltre una criticità nei protocolli attualmente adottati:
«I protocolli applicati dalla Soprintendenza, così come formulati, rischiano di creare una distanza significativa tra la tutela del passato e la cura del presente. Una distanza che non rispecchia la realtà viva della città né le esigenze dei cittadini».
Secondo il Comitato, il rinvenimento della Basilica di Vitruvio costituisce un’opportunità irripetibile:
«È l’occasione per mostrare un modello di intervento in cui memoria, storia, cultura e contemporaneità possano convivere nel rispetto reciproco, senza che una dimensione prevalga sull’altra».
Un punto centrale riguarda la natura stessa dello spazio urbano interessato:
«La Basilica non emerge in un’area isolata, ma in una piazza viva, caratterizzata da un impianto di tigli che la rende una delle rarissime piazze “vegetali coperte” in Italia. Si tratta di un patrimonio vivente che deve essere considerato parte integrante del processo di tutela».
Il Comitato sottolinea come gli elementi vegetali abbiano un valore non solo paesaggistico ma anche storico e percettivo:
«L’impianto dei tigli non è un’aggiunta recente, ma un elemento strutturale del paesaggio urbano. Le chiome degli alberi, che in estate creano una vera e propria copertura naturale, definiscono uno spazio che richiama, per volumetria, quello della Basilica originaria. Questa coincidenza potrebbe diventare un elemento di grande valore nella narrazione del sito».
Da qui una proposta:
«È possibile immaginare una trascrizione contemporanea della Basilica attraverso le alberature esistenti, riconoscendo il contributo percettivo e simbolico dei tigli come parte integrante del progetto di valorizzazione».
Il Comitato richiama poi il senso profondo dell’archeologia:
«Lo svelamento non può tradursi in un taglio. L’archeologia è un gesto di cura, di delicatezza, di rivelazione, e non può prevedere il sacrificio di ciò che vive oggi».
Infine, una riflessione provocatoria:
«Cosa direbbe Vitruvio? È coerente eliminare alberi vivi per rendere visibili reperti che verrebbero poi coperti? E, seguendo lo stesso principio, si dovrebbe arrivare a rimuovere anche gli edifici? Siamo certi di interpretare correttamente il suo pensiero, oltre i noti principi di solidità, funzionalità ed estetica?».
L’appello del Comitato
«Chiediamo che il lavoro archeologico sulla Basilica di Vitruvio diventi un esempio di intervento capace di rispettare il passato senza negare il presente, educando attraverso il metodo stesso. È un’occasione per dimostrare che la cura è possibile, che la città può essere ascoltata e che la storia può emergere senza cancellare la vita. La visione di un parco archeologico innestato sull’esistente potrebbe rappresentare la soluzione più efficace per valorizzare questa parte antichissima e preziosa di Fano, dove da oltre duemila anni convivono, a diversi livelli, tracce e memorie della storia».